Lavoro: Expo 2015 per le donne

La speranza, stavolta, è che l’effetto farfalla ci sia. Ma non stiamo parlando del noto battito d’ala in Amazzonia e delle sue ripercussioni in Texas. Più pragmaticamente, la speranza è che il protoco...

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La speranza, stavolta, è che l’effetto farfalla ci sia. Ma non stiamo parlando del noto battito d’ala in Amazzonia e delle sue ripercussioni in Texas. Più pragmaticamente, la speranza è che il protocollo sottoscritto da Expo 2015 S.p.A. e dalle Organizzazioni Sindacali sulle modalità di assunzione e di impiego del personale durante l’esposizione universale, inneschi un circuito virtuoso che si possa ripercuotere in tutti Italia. E ben al di là dei confini temporali dell’evento milanese.

«Le previsioni di Unioncamere sui fabbisogni occupazionali per il 2013 sui dati Excelsior ci ricordano» - ha infatti sottolineato Lino Stoppani, presidente Fipe - «che è l’Italia intera, ed in particolare il settore del Turismo e dei pubblici esercizi, ad avere bisogno di regole semplici, snelle e certe dei rapporti di lavoro, in modo che sia incoraggiata diffusamente la propensione ad intraprendere e ad assumere. Il “progetto pilota milanese” deve diventare modello da replicare in ambito nazionale, non solo per i Grandi Eventi, ma per tutto l’indotto dell’Esposizione universale al fine di rilanciare il settore del Turismo e per creare opportunità di occupazione e di reddito per decine di migliaia di lavoratori».

Naturalmente qualunque intervento finalizzato alla crescita e allo sviluppo del settore del turismo non può prescindere da un’attenta disanima delle dinamiche interne al settore e delle peculiarità socio-demografiche che lo caratterizzano.

E su questo punto una mole di dati interessanti ci giunge dalla ricerca promossa da EBNT, l’Ente Bilaterale Nazionale del Turismo.

Il risultato è un “identikit in rosa”, visto che nel comparto turistico risultano impiegate più donne che uomini (60% vs 40%).

Però, dal momento che questo dato da solo non fa giustizia dell’effettiva complessità del settore, serve scendere più nel dettaglio. E così si vedrà come - nonostante questa massiccia presenza - le donne abbiano più difficoltà a raggiungere posizioni apicali specialmente nel Meridione.

Quindi è vero: la differenza tra uomini e donne esiste ed è ancora molto spiccata?

[caption id="attachment_9576" align="aligncenter" width="234"] Andrea Ciccarelli- Università di Teramo[/caption]

«Guardi – sottolinea Andrea Ciccarelli dell’Università degli studi di Teramo ed estensore della ricerca - la differenza esiste perché insita nel patrimonio genetico. Ma la diversità non deve costituire un ostacolo, semmai un arricchimento; quello per cui si deve lottare, invece, è per la parità di diritti: E di opportunità. Bisognerebbe cambiare il contesto, ma non è semplice perché bisogna fare i conti con un retaggio socio-culturale non indifferente. Se solo poche donne riescono a salire ai vertici aziendali dipende essenzialmente dal fatto che nell’immaginario collettivo è alla donna che spettano i ruoli casalinghi e la cura dei figli. Non a caso, un uomo può diventare oggetto di condanna sociale quando non lavora, mentre una donna può essere guardata con sospetto se - in nome del proprio lavoro – sottrae tempo alla cura dei figli… Quindi è quasi sempre la donna quella più pronta a sacrificare la propria carriera per il mantenimento dell’equilibrio familiare, e questo è ancor più vero in un contesto sociale in cui mancano servizi primari alle famiglie o sgravi fiscali ad hoc tesi ad incentivare l’occupazione in rosa.

E ovviamente i livelli attuali della spesa pubblica rendono utopistico un intervento migliorativo in questa direzione.

Anche lei è tra coloro che credono – e tale convincimento è stato ribadito anche parlando delle potenzialità occupazionali di Expo 2015- che le donne abbiano in serbo potenzialità interessanti?

Non so se sia l’occupazione femminile ad accelerare la crescita economica, o se sia vero il contrario; si rischia di cadere nell’amletico quesito sull’uovo e la gallina. Quello che posso dirle è che le donne, durante il processo formativo, ottengono generalmente dei risultati migliori sia in termini di votazione che di durata degli studi; e se la formazione è un valore, credo che una più consistente presenza femminile nel mondo produttivo non possa che costituire un fattore premiante. Quindi sono convinto che bisognerebbe lavorare proprio su questo, anche in vista dell’appuntamento Expo: facilitare quanto più possibile il contesto lavorativo/professionale anche per le donne.

E invece c’è ancora discriminazione…

Beh sì, anche se il mondo del turismo è molto al femminile, a livello sotterraneo ce n’è ancora. E non parlo solo dei posti apicali di cui si parlava prima. Mi riferisco anche alle conseguenze spesso impreviste, dell’applicazione di formule di lavoro flessibile, come, per esempio, il part time.

In che senso?

Mi spiego con un esempio concreto: se indaghiamo le modalità di utilizzo del tempo parziale vedremo che questo è per lo più appannaggio femminile, cosa che sembrerebbe indicare un approccio più flessibile a favore delle donne. Talvolta, tuttavia, il ricorso a certe forme lavorative è il risultato di un’esigenza delle imprese, più che una richiesta dei lavoratori: nella ristorazione, ad esempio, alcuni ruoli come lo chef sono maggiormente legati alle dinamiche del tempo pieno, altri, come il cameriere, tendono ad associarsi di più con il tempo parziale. Se si pensa, poi, che i cuochi sono soprattutto uomini, e tra i camerieri la maggior parte delle posizioni è occupata da donne, si può comprendere come la modalità part-time gravi maggiormente sulle componente femminile. Pur se indiretta, anche questa è una forma di discriminazione…

Come è pure discriminazione il fatto che c’è ancora molta difficoltà nell’individuare profili femminili idonei (lo lamenta il 30% delle aziende).

Verissimo: interpellando le aziende del comparto turistico è emerso che assumere donne è difficoltoso o perché ci sono poche candidature (nel 19,1% dei casi) o perché queste non rispondono ai requisiti (8,8%). In pratica è come se ci fosse una vera e propria incomunicabilità tra domanda e offerta di lavoro. Per le donne, specialmente, il problema pare risieda nelle lacune in termini di tipologia di competenze e formazione acquisite, che non sono le stesse cercate dalle imprese.

Quindi alle aziende non resta che puntare sull’esperienza?

Non direi proprio, visto che - a guardar bene - all’esperienza in sé, specialmente tra le donne, le aziende non danno eccessivo peso: nel 57,8% dei casi si accontentano, infatti, di un’esperienza generica. A riprova di ciò anche il fatto che pur di limitare i costi molte aziende preferiscono procedere con il reclutamento di ragazze al di sotto dei 30 anni e quindi con un bagaglio esperienziale, ovviamente, più limitato e circoscritto.

Non lo trova penalizzante per le donne, ma anche per il sistema Italia, più in generale?

Va da sé che questa “iper tolleranza” (che talvolta travalica in vera e propria superfcialità) potrebbe avere ricadute negative sulla qualità professionale del personale e quindi sulla competitività delle imprese, specialmente in vista di un appuntamento importante come Expo …

 Ma secondo lei, da cosa può dipendere questa visione così miope?

Probabilmente dal fatto che in Italia l’offerta turistica è legata soprattutto a imprese di piccole dimensioni, spesso a carattere familiare, che tendono ad accentrare sulla proprietà le funzioni manageriali, preferendo puntare su dipendenti dal basso profilo professionale. Nutrono, insomma, una sorta di diffidenza per figure preparate che potrebbero attentare alla managerialità unica del titolare.

E a riprova di questo basta dare un’occhiata al numero (veramente minimo) di laureati impiegati nel settore turistico o alla scarsa attenzione prestata alle competenze informatiche e linguistiche nella selezione del personale. E tutto questo risulta paradossale in una società sempre più globalizzata e in un comparto come quello turistico nel quale la conoscenza della lingua e dell’informatica sono abilità cruciali per competere sul mercato. Vede, la crisi ha sconvolto molti equilibri ed anche il turismo è cambiato da 4-5 anni a questa parte, concentrandosi in particolar modo nelle aree metropolitane. E questo perché i target sono diversi: i nuovi turisti sono arabi, russi, brasiliani con molte disponibilità economiche e con pretese elevate. Ecco perché, anziché fare come le tre scimmiette, gli imprenditori del settore turistico dovrebbero potenziare e ottimizzare al massimo questi requisiti, oggi sempre più importanti. Ma addirittura imprescindibili nel momento in cui – in occasione dell’esposizione Universale- l’Italia avrà l’opportunità di essere “l’ombelico del mondo”.

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