Dal fashion alla mixology: la nostra visita ad Afterlove Milano

Là dove c’era un pub e prima un ristorante messicano e prima ancora un negozio di moto (uno di questi giorni si dovrà raccontare la storia travagliata di certi locali delle zone trendy milanesi), da m...

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Là dove c’era un pub e prima un ristorante messicano e prima ancora un negozio di moto (uno di questi giorni si dovrà raccontare la storia travagliata di certi locali delle zone trendy milanesi), da marzo a Milano, nel quartiere Isola,  c’è Afterlove, cocktail bar nato dall’idea di tre soci con la direzione artistica del sulfureo bartender e maitre à penser Milo Occhipinti.

A due mesi dall’apertura siamo andati a visitarlo e ci siamo fatti una chiacchierata con Tommaso Regondi, che come gli altri due soci arriva dalla moda ma ha passato gli ultimi tre anni a preparare questo progetto lavorando in ristoranti e altri locali «posti che avrebbero potuto darmi quella base utile».

L'AMBIENTE

Neon verdi e fucsia sul soffitto (“Neon Jungle” si è autonominato il locale), con gli interni che si richiamano dichiaratamente a «quella Miami televisiva anni ‘90, divertente e vintage ma non troppo», il locale è strutturato per mettere in comunicazione le persone: tavolo social, mensolone rivolto alla strada, i tavolini separati per una questione estetica ma non tanto da non poter permettere di parlare con quelli di fianco, «quanto tutti si parlano da un punto all’altro è la serata perfetta».

Il bancone non è fatto per appoggiarsi, è il regno esclusivo del barman Luke Knight ed è lui che si sposta per chiacchierare con i clienti.

Perché Afterlove? «È un nome dove ognuno mette dentro la propria storia in base alla propria sensibilità, trasmette un senso di amore, passione, c’è dell’erotismo ma anche l’idea di stare insieme, il condividere» dice Tommaso Regondi.

Lo spazio non è grande, una trentina di posti e circa altrettanti nel dehors, ma sono previsti eventi, mostre, dj set: tra i prossimi, a giugno la serata K-Pop, con musica e cose coreane e un evento per il Pride.

COCKTAIL ALLA SPINA

Appena entrati, superato l’effetto caffetteria specialty a Brooklyn dato dalle pareti di mattone a vista, spiccano sul bancone a elle le quattro spine da cocktail. Da qui si erogano Love Tonic (Gin Tonic allo yuzu e bergamotto), After Mule (un Moscow Mule con note di pepe nero), AfterAmericano (un Americano in cui spicca il sentore di frutti rossi) e Palomalove (un Paloma dal profumo di ibisco).

«Sono tutte ricette custom che però partono da una base solida e conosciuta, perché l’idea era di avere un prodotto facile, consumabile, approcciabile senza tanti pensieri, anche se poi magari la tecnologia e la lavorazione che ci sta dietro è un po’ meno facile e scontata, ma il prodotto al cliente deve arrivare in maniera facile, diretta e comprensibile», spiega Regondi.

La particolarità è che i tap non sono i cocktail entry level, vengono infatti proposti a 12 euro, 2 euro in più dei gin tonic base «perché non sono il punto di partenza ma casomai il punto di arrivo. I signature (da 12 a 14 euro) sono invece preparati espressi con una preparazioni realizzate in house».

I cocktail che, ad oggi, vanno di più? «Gli on Tap incuriosiscono e piacciono perché è una cosa nuova, strana, la gente vuole provarli e testare la differenza con il classico. Tra i signature, Smoke Bomb (Illigal Mezcal, violetta, pompelmo e agave), c’è un hype sull’agave, il Dirty Afterparty (Whitley Neal dry gin, olio EVO, dry vermouth, salamoia jalapeno), iperminimal ma molto bello da vedere, e quando arriverà il sole ci aspettiamo grandi cose anche dal Love Gardens (Bombay Sapphire, St Germain, cetriolo, mela, menta e lime)».

È una lista in progress. «Stiamo facendo ancora dei test sui nuovi cocktail, Afterlove è un locale con una sua fluidità che tende al rinnovamento e all’evoluzione, nel design arriveranno degli elementi nuovi, luci in più o in meno, piante diverse, spostamenti, così anche una cocktail list può avere un’evoluzione: qualcosa rimarrà, alcuni cocktail saranno sostituiti o modificati in una fluidità coerente con l’ambiente. Il nostro dna è questo».

IL (COMFORT) FOOD

Dalla cucina interna, lo chef Daniele Cundari propone una serie di piatti che possono essere sostitutivi della cena ma che sono modulabili anche come accompagnamento dei drink. «Le porzioni sono generose, i prodotti freschi e i prezzi li abbiamo massacrati perché l’idea è che siano talmente attrattivi che non puoi farne a meno».

«Nel resto del mondo qualsiasi cocktail bar ha un’offerta di cibo fruibile direttamente con le mani, con un alto grado sapidico, molto grasso e fritto, che sazia, tipo Buffalo Wings, Waffle Fries, tacos, abbiamo voluto dare questa impronta estremamente internazionale. C’era il terrore di essere riconosciuti come regionali, quindi abbiamo spaziato dal nord al sud America, in Grecia, ovunque ci sia qualcosa che adesso ci piace». 

Per puro caso è venuto un menù a prevalenza vegetariana. L’hot dog è fatto con la vegetale Beyond Meat, «abbinata con kimchi e cose fermentate che la esaltano, banalmente è l’hot dog come piace a noi. Abbiamo pensato a cose non scontate che andassero a braccetto con i cocktail».

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