Replicabili, con logiche di gestione favorevoli e con una chiara e apprezzata standardizzazione, che non significa dare meno qualità all'offerta. Sono i punti forti della ristorazione a catena, che stando ai numeri TradeLab in Italia è fatta di 10.500 punti di vendita, quasi 500 operatori, qualcosa come 750 format e un giro d’affari che nel 2022 ha toccato quota 9 miliardi di euro, grazie anche alla forte spinta del modello in franchising.
Un modello in forte crescita e con ancora ampi margini di espansione, che attualmente concede assai terreno fertile per le realtà «mini»: oggi in Italia parliamo di una penetrazione del mercato che si aggira intorno al 10%, contro il quasi 60% del mercato nordamericano, ma anche contro – secondo Deloitte – il 34% della Germania e il 27% della Francia, ad esempio.
Per Cristian Biasoni, Presidente di Aigrim e Ceo di Chef Express, parliamo di un modello “che si fonda sulla replicabilità e scalabilità, e consente una chiara e apprezzata standardizzazione dei prodotti oltre che elevati livelli di sicurezza alimentare. Il segmento gode di logiche di gestione favorevoli, che consegnano agli imprenditori la possibilità di diventare ristoratori senza avere necessariamente una struttura di rilievo alle spalle”.
“Oggi si viaggia di più, le persone si informano e sono maggiormente consapevoli – spiega Biasoni – Il ruolo centrale lo gioca la verticalità dell’offerta: i clienti sono esigenti e scelgono cosa voler mangiare, nelle catene trovano delle risposte precise”. Inoltre, la ristorazione a catena è accessibile, sfoggia una concreta identità di brand e offre ciò che tutti cercano: l’esperienzialità. Per non parlare del fatto che sono tech e marketing driven, raccolgono tanti dati e mettono, anche per questo, il consumatore sempre al centro.