«Ci sono strutture - penso ai bar dei grandi alberghi o ai caffè storici - in cui i tatuaggi a vista sono espressamente vietati al personale a contatto con il pubblico, tanto che la loro presenza, in punti che non possono essere nascosti dall’abbigliamento, preclude a un
candidato anche la possibilità di un periodo di prova», spiega Andrea Pieri, presidente nazionale dell’Aibes - Associazione Italiana Barman e Sostenitori. «D’altro canto, in attività con una caratterizzazione più giovanile, notturna e commerciale la presenza di tattoo spesso non solo è accettata, ma può rappresentare un plus per l’immagine stessa del locale, fino a diventare un elemento qualificante nella valutazione di un curriculum. Ciò che fa la differenza è il target di riferimento: in un certo tipo di clientela - come quella business - esiste ancora una preclusione mentale nei confronti di persone che esibiscono tatuaggi. Del resto, molti locali vietano espressamente la barba, quando in altre tipologie di esercizi - dallo speakeasy al cocktail bar di tendenza - il bartender “barbuto” è invece oggi considerato un must. In generale - conclude Pieri - possiamo dire che in assenza di tatuaggi visibili un barman può lavorare ovunque, diversamente possono essergli preclusi determinati percorsi professionali».
Tatuaggi, spopolano anche tra chef e bartender
Stoppani (Fipe); il tatuaggio non è ancora universalmente accettato
Igiene e tattoo: nessuna norma, solo buonsenso